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Profumo d'oriente... L'India
Perchè viaggiare? ...perchè viaggiare rasserena l'animo... ...perchè si apre il cuore e si apprezza anche un piatto di riso in bianco ...perchè viaggiando si impara dagli altri, da altri popoli di diversa religione ...perchè se viaggio sto bene ...perchè se viaggio mi sento bene ...perchè la distanza a volte cura e guarisce ...a volte salda i rapporti e li consolida ...perchè viaggiare mette alla prova il tuo spirito ...perchè viaggiando non penso alle cose futili ...perchè viaggiando rifletto e sogno ...perchè viaggiando si ingegna la mente ...perchè viaggiando con altri, ho imparato le regole della convivenza ...perchè si impara a non farsi sopraffare ...perchè se si cade ci si rialza non avendo il tempo di contemplare la sconfitta ...perchè camminare a piedi scalzi, ti mette a contatto con la terra, con il calore e le crepe, con la terra rossa, la sabbia e l'acqua... (apeindiana.blogspot)
Un buon riassunto per presentare un nuovo spazio ''culturale''... o meglio... Una passeggiata tra usanze e profumi, colori e sorrisi, storie e leggende di paesi tanto lontani da noi per distanza, quanto vicini...
>>o<>o<>o<> L'INDIA <>o<>o<>o<<
LA MUSICA Sulla musica indiana si trovano già documenti nella letteratura dal VI secolo a.C., e costituisce la più antica tradizione vocale del mondo giunta senza interruzioni sino ai tempi moderni, rappresentando uno dei più complessi e stabili elementi culturali dell'India. Innanzitutto bisogna fare una distinzione fra musica del Nord e del Sud dell'India: quella del Nord è detta indostana, mentre quella del Sud è detta carmatica. Sebbene avvenga questa divisione, entrambi i filoni hanno origine e regole coincidenti. La base della concezione armonistica è un sistema di tre gamme analoghe che può suddividersi in 22 gradi, intervallo dei quali è superiore a 1/4 di tono del nostro sistema. Un eminente musicologo indiano, il primo, vissuto all'incirca tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo, aveva riconosciuto nove sentimenti obbligatori a un musicista: 1) amore 2) divertimento 3) pathos 4) rabbia 5) eroismo 6) terrore 7) disgusto 8) meraviglia 9) serenità Questi sono le emozioni basilari di tutta l'estetica indiana, i navarasas. Tutt'oggi l'India è basata su questi concetti di Sage Bharata. La musica colta moderna indiana deriva direttamente da qui, e dai Veda, dove ce ne erano accenni, tramite una tradizione che prevedeve l'oralità per la trasmissione! Naturalmente anche qui c'è una casta che rappresenta i musicisti; questi venogno educati da bambini, ma non per particolare disposizione, dai maestri, con un percorso che oltre ad insegnare la tecnica, comprende un completo sviluppo dell'inviduo, dato che sono studiate anche nozioni spirituali, morali e religiose. La tradizione sulla quale continua a basarsi la musica colta indiana è decisamente opprimente per i musicisti, i queli hanno avuto la possibilità di apportare ben poche modifiche, ma è grazie a questo fattore che la musica che si continua a suonare è molto molto simile a quella di parecchi secoli fa'. In questa ottica la musica ha di per sé un valore relativo: essa non è fatta per intrattenere semplicemente, ma per trasmettere; durante il concerto il suonatore instaura un contatto fortissimo col suo pubblico, effettuando profondi scambi spirituali con esso; dopotutto la figura che se ne ottiene è quello del pusrusha con la prakrti nel Sàmkhya. La musica indiana è considerata di derivazione divina: sarebbe stata la trimurti (Vishnu, Krishna e Shiva) a tramandare, dopo la loro esperienza, le tecniche ai musicisti. Ma in un'India sempre più contraddittoria, dove microchips e le caste convivono tranquillamente, esiste anche una musica che può benissimo dialogare con l'Occidente. Dai Beatles in poi sono stati tantissimi quelli che si sono confrontati, hanno preso spunto dalla musica indiana. Il primo esempio fu portato in Norwegian Wood, sempre dei Beatles, che sebben incameri una frase musicale di tipo country, include sempre una sperimentazione dei strumenti indiani, che però era necessaria... da quel momento in poi la ricerca di qualcosa di nuovo per la musica pop: praticamente quella che noi oggi chiamiamo new age.
Il raga I raga sono definiti spesso come tipi di melodie; il suo sistema è un metodo di organizzazione di melodie basato su definiti principi naturali: le melodie in un raga usano lo stesso swara in varie combinazioni, e con la pratica l'ascoltatore può percepirne la similitudine. Ogni raga ha un swaroopam, una forma o immagine musicale, che è definita dai swara utilizzati, i gamaka dati a questi swara, la sequenza con la quale si succedono eccetera. Questa definizione è chiamata "raga lakshanam". I raga però non sono semplicemente raccolte astratte di swara che si succedono per produrre una melodia, ogni raga ha quell'immagine o swaroopam che caratterizza quel raga; una selezione arbitraria di swara non produce un vero raga swaroopam, ed è per questo che che si attribuiscono le fondamenta di esso alla natura. I raga che conosciamo sono frutto di sperimentazioni di secoli: ognuno è associato con un sentimento che persuade l'ascoltatore e colui che lo suona. Ore e ore di esercitazione su un singolo raga (Saathakam) sono percepibili nella realizzazione del raga swaroopa da parte del suonatore, e questo è spesso riferito come ad un ottenimento del Dharshan di quel particolare raga. La sfortunata conseguenza di questo è che vari suonatori e compositori hanno concezione mentali si un singolo raga e questo è manifestato nella loro musica. La parte positiva di questo è invece è che questo consente una grande varietà di musiche: è questa la ragione per la quale la musica carnatica non potrà mai imparata a fondo da un libro, ma necessita di un guru, che potrà rappresentare il raga swaroopam in maniera che l'allievo potra impararla. Dal punto di vista dell'ascoltatore, la realizzazione di un raga swaroopam significa che alcune qualità della musica possono essere anticipate e ciò contribuisce particolarmente al piacere di ascolto. I raga si distinguono in due tipi, la base o melakarta raga, e il derivato o janya raga. Il melakarta raga ha una struttura formale a segue uno schema equamente rigido si organizzazione scientifica così come il janya raga è quello che "evolve" la melodia, infatti molti janya raga cambiano il loro carattere nel tempo, poiché sono derivati dai melakarta raga attraverso vari significati. I raga che conosciamo sono frutto di sperimentazioni di secoli: ognuno è associato con un sentimento che persuade l'ascoltatore e colui che lo suona.
Il raga comprende attualmente questi elementi essenziali: una scala modale (minimo 5/massimo 9 note, che possono essere pure o alterate) una gerarchia dei gradi degli ornamenti specifici (nella musica indiana sono indispensabili, infatti per essa una nota non ornata è come «una notte senza luna, un fiume senza acqua, un giardino privo di fiori» Alcuni ornamenti sono obbligatori: l'esistenza di una forma melodica un senso modale I raga creano ciascuno associazioni sinestetiche emotive diverse: alcuni inducono alla gioia, altri alla tristezza o alla serenità. Nella tradizione indiana generalmente viene sviluppato un solo raga in ciascuna esecuzione; solo in via eccezionale si possono mescolare le scale modali e gli ornamenti appartenenti a diversi raga nel corso di una stessa esecuzione. Esistono anche altri caratteri secondari, che riguardano l'attacco delle note, la durata delle note, il registro della voce ecc. Vi sono precise relazioni tra i raga e gli astri, i principali elementi della natura e del giorno. A un'ora mattutina non si potevano suonare raga notturni, pena l'oscuramento del cielo. Per cogliere autenticamente un raga, il musicista lo deve presentare nella sua integrità. Lo sviluppo segue sempre lo stesso procedimento: improvvisazione a guisa di preludio in ritmo libero (alap) improvvisazione ritmata (jog, seguito dallo jhada nel Nord, dal thanam nel Sud) esecuzione di una melodia composta da un ciclo ritmico con variazioni melodiche e ritmiche (gat nel Nord, kriti nel Sud).
I POEMI Il Mahabharata I primi spunti della corrente epica che caratterizza questo poema e poi il Ramayana comparvero già in alcuni frammenti contemplativi del Rig-Veda e nelle storie dei saggi dei Brahmana. L'India post-vedica è descritta vivamente sia qui che nel ramayana, che sentenziano il passaggio dalla semplice società patriarcale a un tipo di organizzazione ormai definibile indù. Il Mahabharata, o storia della grande lotta fra i Bharata, si compone nella maggiore delle edizioni pevenuteci in 110.000 strofe (8 volte Iliade e Odissea messe insieme), ed è per questo il più grande poema mai scritto; esso di compone di vari temi, nato da un nucleo base di 20.000 versi, più un diciannovesimo libro chiamato Hiravamsà che ne costituisce una sorta di appendice. Alcuni di questi libri sono:
1) Il libro delle origini 2) il libro della selva 3) il libro degli armamenti 4) il libro di Drona 5) il libro di Salya 6) il libro dei conforti 7) il libro dell'eremo 8) il libro della salita al cielo. 9) il libro della reggia 10) il lbro di Virata 11) il libro di Bhishma 12) il libro di Karna 13) il libro dell'assalto notturno 14) il libro del sacrificio del cavallo 15) il libro del viaggio supremo
Ecco alcuni ''pezzi'' del Mahabharata in versione prosastica:
Intro: Ganapati, lo scriba. Bhavaghan Vyasa, nato dal famoso saggio Parasara, fu l'eminente autore dei veda. Fu anche colui che diede al mondo la divina epopea del Mahabharata. Quando l'ebbe concepita per intero nella propria mente, egli pensò a come avrebbe potuto far conoscere quella storia sacra al mondo. Si chiuse in meditazione col pensiero rvolto al Brahma, il Creatore, che si manifestò al suo cospetto. Vjasa lo salutò a capo chino e con le mani giunte, quindi gli rivolse la seguente preghiera: «Signore, ho concepito un lavoro esemplare, ma non riesco a pensare a chi potrebbe metterlo per iscritto sotto mia dettatura.» Brahma dapprima lo lodò, poi disse: «O saggio, invoca Ganapati e pregalo di farti da amanuense». Ciò detto, disparve. Il saggio Vjasa rivolse il pensiero a Ganapati, che apparve dinanzi a lui. Vjasa lo accolse col dovuto rispetto, quindi gli chiese il suo aiuto. «Ganpati, mio Signore, ti detterò la storia del Mahabharata , e ti prego di compiacerti benignamente di metterla per iscritto.» Ganapati rispose: «D'accordo. Farò come desideri. Ma ricorda che, quando avrà cominciato a scrivere, la mia penna non si fermerà più. Per cui dovrai dettare senza pause né esitazioni. Solo a questa condizione io scriverò per te» Vjasa si disse d'accordo, premunendosi, tuttavia, con un controaccordo. «Così sia; però prima di metterlo per iscritto, tu dovrai comprendere appieno il significato di quanto andrò dicendo.» Ganapati sorrise e si disse d'accordo con quella condizione. Allora, il saggio principiò a cantare la storia del Mahabharata . Di tanto in tanto, avrebbe composto alcune strofe di grande complessità, che avrebbero costretto Ganapati a fare delle pause per comprendere appieno il significato, e Vjasa si sarebbe giovato di questi intervalli per formulare mentalmente le strofe successive. E fu così che il Mahabharata cominciò a prendere forma scritta per merito di Ganapati sotto dettatura di Vjasa. Ciò avveniva prima dell'era della stampa, quando i libri avevano come unico ricettacolo la mente dell'erudito. Per prima cosa Vjasa insegnò questa immensa epopea al figlio, Suka. In seguito, la enunciò a molti altri suoi discepoli. Se così non fosse stato, questo libro sarebbe potuto finire perso per le generazioni future. La tradizione vuole che Narada narrasse la storia del Mahabharata ai deva, mentre Suka istruiva i gandharva, i rakshasa e gli yaksha. Ed è anche noto che fu il virtuoso e sapiente Vaisampayana, uno fra i migliori discepoli di Vjasa, a diffondere quest'epopea a beneficio dell'umanità. Janamejaya, figlio dell'augusto re Prikshit, soprintese a un grande sacrificio nel corso del quale Vaisampayana narrò la storia su sua esplicita richiesta. In seguito questa epopea, così com'era stata narrata da Vaisampayana, venne recitata da Suta nella foresta di Naimisa al cospetto di un'assemblea di saggi radunati sotto la direzione di Rishi Saunaka. Suta così si rivolse a quel consesso: «Ho avuto la rara fortuna di ascoltare la storia del Mahabharata , composta da Vjasa per insegnare all'umanità il dharma e gli altri fini della vita. Mi piacerebbe molto narrarla anche a voi». A queste parole, gli asceti si radunarono, colmi d'aspettativa, attorno a lui. Suta così continuò: «Ho sentito la storia principale del Mahabharata , e i racconti in esso contenuti, dalla voce di Vaisampayana al sacrificio voluto dal re Janamejaya. In seguito a ciò, ho compiuto un pellegrinaggio in parecchi luoghi sacri, e inoltre ho anche visitato il campo in cui venne combattuta la grande battaglia descritta nell'epopea. E adesso sono qui perché ne siate tutti partecipi». E quindi, davanti all'enorme consesso, cominciò a narrare la storia del Mahabharata . Alla morte del grande re Santanu, Chitrangada divenne re di Hastinapura, e a lui succedette Vichitravirja. Quest'ultimo aveva due figli, Dhritarashtra e Pandu. Poiché il primogenito era nato senza il dono della vista, poté ascendere al trono Pandu, il più giovane. Durante il suo regno, Pandu si rese colpevole di certe manchevolezze, e dovette ritirarsi in eremitaggio nella foresta con le sue due mogli per trascorrervi parecchi anni in penitenza. All'epoca della sua permanenza nel romitaggio, le sue due mogli, Kunti e Madri, diedero alla luce cinque figli, che divennero presto noti come "i cinque Pandava". Pandu abbandonò questo mondo mentre ancora viveva nella foresta. Nei loro primi anni di vita i cinque Pandava vennero pertanto allevati da alcuni saggi. Quando il più anziano di tutti loro, Yudhishthira, ebbe raggiunto l'età dei sedici anni, il rishi li guidò tutti quanti fino as Hastinapura dove li affidò all'anziano progenitore Bhishma. In breva tempo i Pandava conseguirono un'assoluta padronanza dei Veda e dei Vedanta assieme a quella sulle varie arti, in special modo quelle che attnevano al codice degli kshatriya. I Kaurava, ovvero i figli del cieco Dhritarashtra, concepirono una grande gelosia nei confronti dei Pandava e cercarono di nuocere loro in mille modi. A un certo punto Bhishma, capo della famiglia, intervenne per far sì che fra i due gruppi si instaurassero sentimenti di comprensione e pace. In conseguenza di ciò i Pandava e i Kaurava fondarono due regni diversi e separati vivendo nelle rispettiva capitlai, Indraprastha e Hastinapura. Parecchio tempo dopo ci fu una partita a dadi tra i Kaurava e i Pandava secondo l'allora predominante codice d'onore degli kshatriya. Sakuni, che giocava dalla parte dei Kaurava, sconfisse l'avversario, Yudhishthira. Quale conseguenza di ciò, i Pandava dovettero partire per un esilio di tredici anni. Abbandonarono il loro regno e si inoltrarono nella foresta, seguiti dalla devota moglie Draupati, sposa di tutti loro. Secondo le regole della partita, i Pandava trascorsero dodici anni nel folto della foresta, e il tredicesimo in incognito. Quando tornarono e chiesero a Duryodhana di restituire loro il retaggio paterno, costui, che aveva approfittato della loro partenza per usurpare il regno, si rifiutò di cedere il maltolto. Come conseguenza di ciò, si ebbe la guerra. I Pandava sconfissero Duryodhana e tornarono in possesso del loro territorio. Ressero le sorti del regno per ben trentasei anni. Dopodiché passarono la corona al nipote, Parikshit, e tornarono nella foresta con Draupati, vestiti umilmente con abiti di pelle animale. Questa è la sostanza dell storia narrat nel Mahabharata . In quest'antica e meravigliosa epopea della nostra terra vi sono molti racconti chiarificatori oltre a insegnamenti sublimi che si accompagnano alla narrazione delle fortune dei Pandava. Di fatto, il Mahabharata è come un oceano, e come esso contiene innumerevoli perle oltre a gemme copiose. Esso è, insieme al Ramayana, la fonte sempiterna della moralità e della cultura della nostra patria. (geocities)
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