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I nuovi hacker: dal virtuale al reale con un chipI nuovi hacker: dal virtuale al reale con un chip

James van Bokkelen sta per essere derubato.
Ricco imprenditore titolare di un’azienda di software, sarà lui la prossima vittima di un comune punk armato solo di un computer portatile. Stavolta però non si tratta di una truffa via mail o della clonazione di un conto corrente bancario. Un 23enne macilento di nome Jonathan Westhues intende sfruttare una semplice ed economica Usb, prodotta artigianalmente, per sfilare direttamente dalla tasca di Van Bokkelen la chiave del suo ufficio.
"Mi basta incontrarlo di persona e arrivare con la mia mano a pochi centimetri dalla sua", spiega Westhues. Siamo a nord di Boston, fuori dal quartier generale della Sandstorm, la società di sicurezza Internet diretta da Van Bokkelen. L’imprenditore arriva dal parcheggio e ci passa accanto, il ragazzo lo sfiora e per qualche istante nel palmo della sua mano brilla una matassina di fili di rame, che subito scompare.

L’uomo entra nell’edificio, e il giovane torna da me. "Vediamo se ora ho le chiavi", mi dice, alludendo al segnale del badge di Van Bokkelen. La smartcard contiene infatti un chip a sensore Rfid, che genera una breve emissione di onde radio quando viene attivato dal lettore installato sul portone della Sandstorm. Se il segnale corrisponde a un numero Id autorizzato, il portone si apre.

La matassina di fili nella mano di Westhues funge da antenna di un dispositivo delle dimensioni di un portafoglio che lui ha battezzato "cloner" (clonatore), attaccato alla manica. Il cloner può captare, registrare e riprodurre i segnali emessi dai chip Rfid delle smartcard. Ora Westhues lo stacca dalla camicia e, con l’ausilio di un cavo Usb, lo connette al suo portatile per scaricare e processare i dati prelevati al badge di Van Bokkelen. Poi, soddisfatto per aver recuperato il codice, sposta l’interruttore del dispositivo dalla modalità Registrazione a quella Emissione. Così, ci dirigiamo verso il portone chiuso. "Vuoi che ti faccia entrare?", domanda. Annuisco. Lui agita l’antenna del cloner davanti a una scatola nera attaccata al muro. Il Led rosso diventa verde. La serratura scatta.

Entriamo e troviamo Van Bokkelen ad aspettarci.
"Visto? Siamo appena penetrati nel suo ufficio!", esclama allegramente Westhues. "È semplicissimo". L’imprenditore, che ha organizzato lo scippo virtuale in prima persona proprio "per vedere come funziona", dà un’occhiata all’antenna nella mano di Westhues.ù
Sa bene che il ragazzo in altre condizioni avrebbe potuto compiere la stessa manovra per poi tornare a distanza di ore e uscire dall’edificio carico di strumentazioni informatiche del valore di decine di migliaia di dollari, e magari con del codice sorgente ancora più prezioso. Tra sé e sé mormora "Ho sempre pensato che nel sistema di sicurezza potessero esserci delle falle".

I chip Rfid, oggi, sono ovunque: aziende e laboratori di ricerca li usano come chiavi di accesso, i conducenti di Prius come modalità di accensione della macchina, le catene di negozi alla Wal-Mart come sistema per inventariare le merci, le case farmaceutiche tipo Pfizer per monitorare l’interazione tra le sostanze. Ma gli stessi chip possono fungere da tag anche per applicazioni molto più personali: i passaporti e le carte di credito statunitensi di prossima generazione conterranno anch’essi Rfid, e il settore medico ne sta studiando il potenziale utilizzo nella creazione di chip impiantabili sui pazienti per il trattamento di diverse patologie. Secondo la società di analisi di mercato IDTechEx, il boom delle tecnologie di inventariato digitale e dei sistemi a Id personale incrementeranno notevolmente il mercato annuale degli Rfid, che verosimilmente passerà dagli attuali 2,7 miliardi di dollari ai probabili 26 miliardi di dollari entro il 2016.
(Wired News)

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