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Nairobi nel mirino della comunità internazionale
Se c’e’ un paese africano al centro dell’attenzione dei media in questi giorni - oltre al Sudan, per via del disastro disastro umanitario in corso nella regione del Darfur - questo e’ il Kenya. Notizie si accavallano su tre temi fondamentali: uno di politica interna, uno di aiuti allo sviluppo e l’ultimo di politica estera. Nei giorni scorsi 3 mila kenyoti si sono riversati nelle piazze per protestare contro l’immobilismo del presidente Mwai Kibaki che aveva costruito la sua propaganda elettorale di piu’ di un anno fa sulla promessa di una nuova costituzione per il paese. Dopo aver preso il potere nel dicembre del 2002, il presidente promise di introdurre una nuova costituzione che limitasse i poteri presidenziali. Il termine di 100 giorni e’ stato poi rinviato al 30 giugno di quest’anno e poi ancora spostato all’inizio di questo mese. Il Kenya e’ pervaso da un incredibile tessuto di clientele e corruzioni che ha impedito un serio progetto di sviluppo a livello nazionale e ha fatto parlare di una "politicizzazione del disordine" in grado di arricchire i pochi personaggi al potere e la loro rete di amicizie. L’interepretazione del potere politico come risorsa da sfruttare, eredita’ del periodo coloniale comune a tutto il continente africano, ha generato sanguinose campagne elettorali, in cui e’ tuttora difficile tracciare un limite tra spazio pubblico e faide private. Si pensi che durante le ultime elezioni, secondo quanto riportato dallo studioso David Anderson, candidati al parlamento hanno pagato di tasca propria le proprie milizie private affinche’ non commettessero attentati nei confronti degli avversari politici. Si capisce per quale motivo la promessa di una nuova costituzione, in grado di regolamentare la competizione politica e disperdere il potere, sia stata accolta con grande entusiasmo dalla comunita’ internazionale e dalla gente comune, forse in grado, per la prima volta, di avere un controllo, almeno politico, sui propri rappresentanti. La popolazione chiede la liberalizzazione del paese e l’introduzione di fondamentali diritti democratici, nonche’ l’abbandono da parte del presidente del cosiddetto "Majimboism", programma di riforma federale che permetterebbe al primo partito Kenyota di restare al potere a spese di una strutturale riforma politica del paese. Si teme, inoltre, che la divisione geografica scateni scontri a base etnica e si risolva in brogli per favorire l’attuale fazione al potere. La protesta di ieri, non violenta ma preceduta da una simile manifestazione che ha portato a scontri e alla morte di una persona, dimostra che l’attuale presidente e’ tutt’altro che propenso a trasformare un sistema di cui e’ parte e primo beneficiario. I recenti sviluppi di politica interna hanno suscitato forti proteste internazionali. In primo piano la polemica scatenata da Edward Clay, Alto Commissario per il Kenya del governo inglese, interessato per ragioni storiche a mantenere buoni rapporti tra Londra e Nairobi. Pochi giorni fa, in un rapporto ufficiale riportato dal sito della BBC, l'inviato inglese dipingeva a tinte forti la corruzione nel paese africano, descrivendo i politici locali come "gluttons (divoratori)" in grado di "vomitare poi sulle scarpe degli stessi donatori". Le scuse ufficiali di Clay, su insistenza del Kenya affinche’ facesse seguito alle pesanti accuse facendo nomi, non hanno evitato la decisione delll’Unione Europea, riferisce il Guardian, di bloccare lo stanziamento di 83 milioni di euro in aiuti allo sviluppo finche’ la situazione politica interna non si sara’ chiarita. L’isolamento del Kenya giunge in un momento quantomai inopportuno dato che il governo di Nairobi sta da poco affrontando in Iraq una crisi diplomatica gia’ attraversata da altri paesi come la Corea del Sud, le Filippine e, naturalmente, l’Italia. Si sta trattando da circa una settimana per la liberazione di 3 ostaggi di nazionalita’ kenyota catturati dal gruppo delle Bandiere Nere. Il copione dei sequestratori e’ quello ormai collaudato. Sono stati richiesti il ritiro dall’Iraq della compagnia per cui gli ostaggi lavoravano, la Kuwait and Gulf Link Transport, il pagamento dei danni alle famiglie delle vittime di Falluja e il rilascio dei prigionieri iracheni detenuti nelle prigioni americane e del Kuwait. Il governo kenyota ha chiesto la liberazione degli ostaggi "poiche’ la Kuwait and Gulf Link Transport ha promesso di abbandonare l’Iraq". Alfred Mutua, portavoce del governo di Nairobi, sulle pagine del Mail & Guardian, insiste inoltre sul fatto che "come nazione, non possiamo venire incontro alle richieste dei sequestratori perche’ non abbiamo partecipato agli attacchi di Falluja e non deteniamo nessun prigioniero iracheno".
Emanuele Sana
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