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di Libero Gilera

Sono sempre più in difficoltà quando mi invitano a cena. Fino a poco tempo fa portavo, per sdebitarmi e significare il mio gradimento, una bottiglia di bianco o di rosso, a seconda delle circostanze e delle case.
Oggi no. Potrebbe esserci, tra i commensali, un maxi esperto cantiniere che capirebbe quanto scarse siano le mie conoscenze in materia di vitigni, cantine, circuiti eno-gastronomici.

E’ sempre più difficile, oggigiorno, bere un bicchiere di vino senza rotture; questa è la "veritas" e ve la dico "in vino" perché sto scrivendo, questo lo dovete sapere, in uno stato di non perfetta sobrietà. Lo faccio e ve lo esterno senza preoccupazioni. Infatti, finalmente va di moda la sbevazzata, la guancia rossa, la moglie ubriaca, la verità spiattellata con l’alibi dell’ebbrezza. E dunque non c’è proprio da vergognarsi.
E’ sempre più difficile "dicevamo" perché qualcosa è cambiato in questa nostra Italia di piccini piccolo borghesi. E irrimediabilmente.

Le allegre e plebee combriccole di bevitori hanno fatto il loro tempo. Non sentirete più nessuno servirsi della signorile ingiunzione "oste portace 'n'andro litro".
Adesso si degusta, si sorseggia, non si tracanna. Adesso l’assaggiatore di vino veste in doppiopetto, sdegna l’epiteto "compagni di merende".
La moda della bottiglia ha incoronato esperti, segnato carriere, sancito l’ingresso in società di parvenu del bon ton. Termini come sapore fruttato e retrogusto, oramai, li conosce pure mia nonna.
Insomma l’ubriacone si è sdoganato. Può bere tirandosela... e non è poco, rendendo, appunto, le cose molto più complicate. Perché prima il gaudente lo potevi riconoscere dal portamento e dalla presenza caciarona, ora ti parla di fermentazione con la bocca appuntita e l’antipatia di un pidocchio ammesso a godere.

Ma c’è di più. E’ addirittura arrivata la vinoterapia. Sì, avete capito bene: una cura fatta tutta di pampini e grappoloni. Leggo di maschere al viso all’olio di vinacciolo, di massaggi rinfrancanti al Trebbiano, di bagni agli estratti di uva. Gli acini di Lambrusco levigano la pelle donandogli sostanze rimineralizzanti. Cavolo, è troppo bello. Io che pensavo che il vino servisse soltanto a suggellare antiche e nuove amicizie.

E allora, nel delirio dell’alcool che sento sempre più strapazzarmi il cervello, mi viene in mente una bella scena: l’imperatore romano Caio, detto Caligola, che, dopo aver incoronato senatore il suo cavallo preferito, si fa leggere il destino da una maga orientale, palpa il culo ad una generosa cortigiana e, soprattutto, si stordisce, sdraiato in posizione lasciva, con coppe di vino rosso. Il migliore vino rosso che i suoi nani e le sue ballerine sono riusciti a trovare.
Anche il popolo, fuori, beve e rutta. Ma lo fa con un certo garbo imperiale, con una competenza che qualche anno fa non si trovava mica.
Siamo a fine Impero. E questa è una Veritas bella e buona.
Prosit.


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