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di Libero Gilera

Gli italiani leggono poco. I dati Istat relativi ad un'indagine condotta nel novembre 2000 dicono che ben il 61,4% degli intervistati non ne vuol proprio sapere.. del sapere: in un anno neppure una pagina.
A questa carenza sta cercando di rimediare Repubblica che, ogni mercoledì, allega al quotidiano un classico della letteratura mondiale. La prima uscita è stata Il Nome della Rosa di Umberto Eco.
Un mappazzone, direte voi.
D'altro canto la cultura val bene qualche sacrificio. Anche se, stando alla pubblicità che in questi giorni sta accompagnando l'iniziativa, non sembra proprio che ci sia un granché da soffrire.
Una giovane coppia, distesa a letto, apre un libro e legge all'unisono, guancia a guancia, mentre una voce galeotta afferma: "una vera libridine".
Eggià! Le buone letture sono un vero e proprio godimento.. anche fisico.
Ma a letto il piacere fisico bisognerebbe cercarselo in altre maniere. Per leggere invece è meglio starsene seduti in poltrona o a tavolino. Si evita così il devastante effetto occludi-palpebra, nemico dichiarato della libidine culturale. Pardòn.. della libridine.

Il fatto di presentare il privato giaciglio come un contemporaneo caffè letterario è indicativo. Si legge nella propria tana, in pigiama e illuminati dall'abat jour, perché, durante la giornata, non si ha tempo. Si legge, anche, negli autobus, nelle metropolitane. Leggono i fortunati che si spostano in treno. Mai però nessuno che abbia il privilegio, staccandosi dalle quotidiane cure produttive, di tornarsene a casa propria, aprirsi un - che so? - canto della Divina Commedia (come? Troppo barbosa? E perché Cento anni di solitudine è divertente? Solo che Dante non ha la ventura di essere un sudamericano. Ah il Sudamerica imposto dagli addetti alla cultura!) e gustarselo come si gusta un bel piatto di spaghetti con il tartufo.

Uno spot triste, ecco che cosa ho pensato vedendo quei due a letto.
La lettura - è questo ciò che sta sotto le coperte insieme a quei due - diventa ancilla administrationis, serva di un potere che, dopo aver allontanato tutti dalle cure dell'otium (troppo eccentrico rispetto ai modelli ginnico-produttivi), tenta una paradossale riconciliazione.
Di più: al bisogno di elevazione che, nonostante tutto, ancora cova sotto le ceneri della razionalità strumentale dell'Occidente si danno in pasto quei miseri dieci minuti di ricreazione. E lo si fa, appunto, in modo razionalmente strumentale poiché, dopo qualche pagina di Garcia Marquez, si spegne la luce, si abbraccia il cuscino e ci si ricarica per riandare a produrre per quel potere che ci sceglie titoli e autori.
E' vero, nella lista dei libri di Repubblica c'è anche Post Office di Bukowski, gran bel libro maledetto, certamente non proprio rispondente alla tipologia della lettura generale piccolo borghese, ma ormai diventato talmente ingombrante che può essere propinato anche ad una professoressa sdoganatasi dal Festival di San Remo. E poi mica ci potevano mettere il Libro Cuore, sennò come facevano a vendere ai quarantenni normalizzati che leggono prima di abbandonarsi nelle braccia di Morfeo?

Borges dice: "Chi non legge è un masochista".
Verissimo. Solo che oggi, più che leggere, si consumano, nel minor tempo possibile, il maggior numero di pagine. Questo farà sicuramente aumentare, per la gioia degli statistici, le percentuali di lettori, ma non è indice di una cultura accresciuta.
E chi è masochista? Chi non legge o chi legge quando e come e cosa gli viene suggerito?

FANGALA alla libridine.


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