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NORAH JONES

NORAH JONESNORAH JONES

Sedici milioni di dischi venduti e otto Grammy Awards vinti non spiegano ancora la natura del successo di Norah Jones. In questo secondo album, a due anni di distanza da Come Away With Me, il mistero continua. Norah ripercorre la stessa strada del disco d’esordio e incide tredici composizioni (proprie e altrui) che dondolano fuori moda dal country al soul e al pop jazzato. Non v’inganni l’etichetta Blue Note che s’aggira discreta tra i crediti: di jazz c’è poco o nulla. Fosse uscito venti-trent’anni fa, Feels Like Home sarebbe stato pubblicato dalla Asylum o dalla Reprise, le label di Tom Waits, Joni Mitchell e Rickie Lee Jones. Rispetto al primo album, le atmosfere si sono rarefatte e tendono più al blues ("In The Morning") e al country ("Creepin’ In", il duetto bluegrass con Dolly Parton), con un uso più marcato delle tastiere (piano, organo, Wurlitzer). Le chitarre sono diventate granulose e atmosferiche (in "Toes" e "Humble Me" si riconosce la lezione di Ry Cooder). Norah si è affidata alle composizioni di ciascun membro della sua Handsome Band, oltre a quelle del suo compagno, il bassista Lee Alexander. Il batterista Borger e la vocalist Oda le scrivono addosso la cupa (per quanto possa esserlo Norah) "Above Ground", dove lei sembra davvero la figlia di Rickie Lee Jones. Il singolo "Sunrise" è una cavalcata country al piccolo trotto, davvero una sfida alle radio commerciali, mentre la cover di Townes Van Zandt ("Be Here To Love Me") è una straziante preghiera d’amore che diventa romantica con la voce di Norah e la fisarmonica di Gart Hudson (The Band). Bene. Brava. Bis?

Giulio Brusati
(rockstar.it)


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